Caos globale e morte della parola

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Se oggi, nel Paese che nel secolo scorso ha conosciuto e ha sofferto gli orrori di una ditattura con tutto il suo carico di annientamento delle libertà, omicidi poltici, razzismo, milioni di italiani si mostrano disponibili a sostenere un ex militare, nostalgico e anti femminista, incapace di qualsiasi strategia argomentativa al di fuori della nota idiosincrasia verso i migranti, ciò è dovuto a due ordini di fattori. Anzitutto a una generale crisi del linguaggio, che a destra come a sinistra, è incapace di convincere con proposte costruttive, al di fuori di facili slogan e di demonizzazioni di maniera.
In secondo luogo questa afasia semantica e valoriale alberga anche nella coscienza di molti connazionali, trasmessa, a loro volta, da generazioni precedenti che hanno sempre banalizzato quel tragico regime.
Ma più in generale, si assiste non solo in Italia ma direi ormai nell’intero contesto internazionale, ad una deriva della parola, o meglio del logos, come direbbero i filosofi.
Mai come oggi il discorso pubblico appare rudimentale, se non inesistente. Si è di fatto incapaci di costruire proposte, elaborare idee, ipotizzare prospettive di dialogo, perché per tutto questo, occorrerebbe restituire alla parola quella pregnanza, quel valore in sé, quel carattere di “lingua matrice” ( se vogliamo risalire addirittura a Dante), che la renderebbe veicolo di ogni agire costruttivo.
Il logos può presupporre anche il “polemos”, la contrapposizione ( si veda ai tempi della guerra fredda e dello scontro ideologico) , ma sempre in prospettiva del tentativo di una composizione, di un confronto e una mediazione tra diverse visioni del mondo.
Oggi invece, finita l’epoca dell’impegno politico, tre imperi, lungi da una sana dialettica tra diversi, sono del tutto afasici, pur nella loro ” strillata” mania di grandezza. Di più. Dal sottobosco “nero” europeo come dall’establishment dello Stato che un tempo è stato il Faro della democrazia occidentale, pur con tutte le sue contraddizioni, escono solo parole volatili, effimere, capricciose e per ciò stesso scarsamente credibili.
O anche parole di odio, in libertà neanche troppo ” vigilata”, in cui c’è spazio solo per l’insulto o l’invenzione di un nemico ( l’immigrato), come grande arma di distrazione di massa, allo scopo di distogliere l’attenzione dai veri nodi che affliggono quelle società.
In definitiva si potrebbbe parlare veramente ( ma non nel senso usato da Fukuyama) di “Fine della Storia”, se con questa espressione intendiamo lo scardinamento di un ordine mondiale e il tramonto della speranza di creare, pur nelle diversità di vedute, un orizzonte etico-sociale nuovo, teso alla costruzione di ” ponti” e non di società chiuse e diffidenti, nella loro maniacale volontà di esclusione.

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