Con gli occhi di una bambina – 2

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Continua il racconto di Maria Teresa Reineri, che abbiamo iniziato a pubblicare sabato scorso; un vivido ritratto di ciò che accadeva a Celle Ligure e che non doveva essere dissimile dagli avvenimenti in cui tutti i piccoli paesi erano coinvolti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

 

Autunno 1943

Nel giro di pochi giorni il paese si riempie di militari tedeschi che occupano gli alberghi del paese lasciati liberi dagli ultimi bagnanti italiani. Si sparge quasi subito la voce tranquillizzante che appartengano alle truppe regolari dell’esercito germanico e non alle famose SS[1], e che siano mandati nei paesi rivieraschi per la convalescenza. Ne abbiamo prova di lì a poco. Poiché il sole ancora caldo di questo inizio ottobre ci fa rimpiangere la possibilità di sguazzare in mare, ma ci è concesso guardarlo dalla via Aurelia che lo costeggia, scopriamo che la spiaggia è occupata da molti adulti: tolte le camicie offrono le spalle ignude e lattee agli ultimi raggi estivi e, contemporaneamente, addentano grandi fette di pane nero su cui spalmano una sostanza bianchissima contenuta in lattine. Cosa può essere? Burro? Il tam-tam popolare annuncia trattarsi di “margarina”, un sostituto del burro. Invidiamo i soldati che dimostrano, divorando le fette con voracità, che il gusto deve essere buono e che, soprattutto, aiuterebbe ad attenuare il nostro appetito che, in questi giorni, difficilmente sentiamo soddisfatto, nonostante gli sforzi di Mamma e Midina e la fantasia di Nonna che chiama torta un impasto di farina ricca di crusca, ma anche poco zuccherato[2].

Una volta insediati, i tedeschi cominciano a dettar nuove leggi. Esaminate le libertà dei cellesi, loro nuovi “sudditi”, inventano come poterci tenere a bada: il coprifuoco è inasprito, la gente fermata qua e là per controlli, le vivande acquistabili diminuite rapidamente. Midina scende ogni mattina in paese per la spesa quotidiana portando con sé i tagliandi staccati dalle tessere annonarie che ci assicurano l’acquisto delle razioni giornaliere di pane: in loro mancanza non si può comperare nulla! Ma i paesani e Midina, in particolare, entrando nei negozi, chiacchierano volentieri e i negozianti fungono da “radio”: le soste divengono sempre più lunghe e, nella confusione che si crea, capita che si riesca a comperare il pane trattenendo i preziosi tagliandini delle tessere, lasciando però sempre il denaro contante cui i negozianti non rinunciano! Per questo serviamo molto noi bambini che siamo abili a distrarre l’attenzione; si raggiunge poi una diversa panetteria per utilizzare i tagliandini salvati: a casa faremo poi festa per la doppia razione di pane che abbiamo racimolato!

Anche Mario ha lasciato Celle con la Nonna e la domestica Marietta, diretto alla casa di Milano; l’alloggio che affittano al primo piano è vuoto di persone ma pieno di tutte le loro cose, perché contano di tornarci la prossima estate. Papà è partito da più di un mese e scarse sono le notizie che ci giungono di lui. Io desidero ardentemente che torni per potergli raccontare i miei primi successi di scuola, mostrargli il quaderno della copia buona su cui sono segnati con la matita rosso-blu i voti conquistati. Aspetto con ansia le lodi che non mi farà mancare, come le tante tenerezze di cui mi farà dono, tenendomi avvinta tra le braccia.

In un tardo pomeriggio piovoso di novembre (1943) avanzato lo vediamo arrivare. Ci appare stanco, dimagrito moltissimo: è appesantito da due grossi fardelli che gli fanno scendere le spalle verso terra. All’inizio della scalinata si annuncia con un sommesso richiamo. Ci precipitiamo volandogli al collo con il rischio di farlo cadere. Ci stringe forte a sé coprendoci di baci. Le nostre domande si intrecciano con le sue: “Siete stati ubbidienti? Avete aiutato la nonna?” La sera inventa una nuova “sala da pranzo” per la cena della famiglia finalmente riunita. Sono giornate autunnali soffocate da una pesante “maccaia[3]”. Il braciere che ci è stato imprestato dai vicini non è sufficiente a vincere l’umidità e nonna tiene forzatamente il letto per evitare i rischi di una polmonite, malessere cui va soggetta soprattutto all’inizio dell’inverno. Papà, che ha portato dal Piemonte alcune leccornie, pensa di montare, direttamente nella stanza da letto, un tavolo. Con due cavalletti, su cui sistema due grandi assi, improvvisa la mensa che Mamma ricopre con una tovaglia di gran pregio: i lunghi ajours e i ricami bandera del mantile trasformano la stanza in una elegantissima sala da pranzo su cui fanno bella mostra le leccornie portate da Papà. In queste ore ci sentiamo felici: la famiglia è al completo riunita accanto a Papà che racconta la sua vita in città tra i pericoli delle bombe e quelli ancora più temibili delle incursioni dei repubblichini[4] o dei tedeschi a caccia di partigiani. Papà ci spiega come ogni mattina raggiunga, tra mille difficoltà, la scuola per far lezione ai pochi allievi che continuano a vivere in città. Spiega che non tutti possono andarsene (cosa per cui è stato coniato un nuovo vocabolo “sfollare”): molte fabbriche, restate nei dintorni di Torino o addirittura nel suo concentrico, obbligano gli operai (con le famiglie) a non allontanarsi troppo, pena la perdita del posto di lavoro. L’ululato delle sirene annuncianti il possibile bombardamento notturno, ci spiega, è divenuto talmente abituale che disturba il riposo anche quando non risuona: in quelle occasioni si teme di non averlo sentito e si resta svegli proprio per paura che il sonno possa trarre in inganno. Papà ci fa il più bel regalo possibile: ci annuncia, commosso, che resterà con noi fin dopo la festa dell’Epifania perché le nuove disposizioni terranno chiuse le scuole fino al sei gennaio.

Dicembre 1943

Sappiamo come impegnare al meglio le ore di svago. Dobbiamo preparare il presepe usando le nostre statuine che Papà ci ha portato da Torino. Lo sistemeremo nel vano della credenza che normalmente contiene una statuetta déco. Poiché lo spazio è assai limitato dobbiamo lavorare di ingegno per inserire il paesaggio collinoso, la grotta della Natività, sistemare i pastori che vi accorrono in compagnia dei loro armenti. Midina ha sempre la soluzione brillante: utilizzando la carta marroncina, con cui i negozianti del paese “fasciano” la merce che vendono, e modellandola con grande fantasia, realizza il terreno accidentato che noi arricchiamo con piccole pietre e ciuffi d’erba a simulare rocce e arbusti. Disponiamo poi le figurine con “arte” attorno alla grotta, anch’essa di carta, in cui riusciamo a sistemare bue, asinello, Madonna e san Giuseppe. In alto, ma un po’ più lontano, appendiamo la stella cometa; Papà si occuperà di spostarla sopra la capanna al momento opportuno e di aggiungervi anche la greppia con il Bambinello. Noi scopriremo tutto la mattina di Natale. Dopo un ultimo sguardo al nostro capolavoro, recitate le preghiere serali e baciati tutti i famigliari, ci infiliamo a letto. Temevamo di non poterci addormentare? Posata la testa sul cuscino, ricevuto l’ultimo bacio di Mamma, gli occhi si chiudono immediatamente. Non è il sole a svegliarmi, ma l’ansia di verificare se Gesù Bambino ha perdonato i miei peccatucci e mi ha portato il regalo tanto atteso. Tasto con le mani il cuscino: non trovo nulla! In preda all’ansia, allargo lo spazio della ricerca; le mani si imbattono in qualcosa di rigido: una scatola infiocchettata! Tremo, afferrandola. Balzo dal letto con un grido di gioia. Mamma mi zittisce. Esco dalla camera e mi seggo sul divano davanti al presepe. Disfo il fiocco con affanno, sollevo il coperchio e ai miei occhi si materializza la più elegante e preziosa bambola desiderabile. È realizzata in biscuit, materia che rende naturalmente roseo l’incarnato; i capelli neri, pettinati a onde e fermati da un grosso fiocco, coprono le orecchie e si arrestano poco sotto, l’espressione dolce è fatta proprio per farsi amare. La bacio con delicatezza, la stringo al cuore: Gesù Bambino non poteva rendermi più felice. Quasi subito sento un rombo: è Pier Costanzo che fa correre sul pavimento il carro armato ricevuto, imitandone il frastuono. Il chiasso ha svegliato pure Giorgio che agita il suo cane di pezza e pretende di scendere dal lettino per raggiungerci in soggiorno. In un attimo siamo tutti in piedi e reciprocamente ci mostriamo quanto ricevuto, poi entriamo in camera di Nonna per mostrare anche a lei i regali. Nonna ammira tutto e ci invita a ringraziare Gesù, ammonendoci: “Gesù vi ha perdonato, ora promettetegli che vi comporterete come noi grandi desideriamo: ubbidienza, rispetto e reciproca gentilezza!”, poi ci stringe in un grande abbraccio.

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[1] Tedeschi inquadrati come polizia militare: considerati uomini spietati.

[2] Oggi sarebbe il costosissimo “pane integrale”.

[3] Si chiama così il tempo umido di scirocco

[4] Così sono chiamati gli italiani che parteggiano con i tedeschi

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