Delitto d’onore, 45 anni dopo: cosa ci insegna ancora oggi

«Il delitto d'onore è stato abolito dalla legge il 5 agosto 1981, ma la cultura del possesso non è scomparsa. Comprenderne le radici è il primo passo per prevenirla», osserva la psicoterapeuta Marina Balbo

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Oggi, 5 agosto, ricorrono i 45 anni dall’abolizione del delitto d’onore in Italia. Una ricorrenza che potrebbe sembrare solo una pagina di storia, ma che continua a interrogarci da vicino. Quella norma non rappresentava soltanto una legge: era l’espressione di una cultura che attribuiva all’uomo un potere sulla donna e confondeva l’amore con il possesso, il controllo e la difesa dell’onore.

Afferma la psicoterapeuta, Marina Balbo: “Da allora il nostro ordinamento ha compiuto passi importanti nella tutela delle donne, fino al recente riconoscimento del reato di femminicidio, una novità legislativa che continua a suscitare un acceso dibattito anche all’interno del mondo femminile. Eppure una domanda resta aperta: quanto di quella cultura sopravvive ancora oggi nelle relazioni?

Come psicoterapeuta, osservo ogni giorno quanto molte dinamiche affettive siano ancora influenzate da modelli relazionali profondamente radicati.

Da una parte ci sono persone che vivono la relazione come una forma di possesso. La paura dell’abbandono, il bisogno di controllo, la gelosia estrema e la difficoltà ad accettare l’autonomia dell’altro non sono espressione di un amore più intenso, ma spesso affondano le radici in esperienze precoci di rifiuto, trascuratezza o insicurezza emotiva. Queste ferite possono alimentare il bisogno di controllare il partner per sentirsi al sicuro. Comprenderne l’origine non significa giustificare comportamenti violenti o abusanti, che restano sempre una responsabilità personale; significa però capire cosa li alimenta, un passaggio fondamentale per prevenirli e interromperli.

Dall’altra parte ci sono persone che rimangono intrappolate in relazioni che fanno soffrire. La dipendenza affettiva non nasce da un eccesso d’amore, ma da un bisogno profondo di sentirsi viste, riconosciute e degne di essere amate. Chi, fin dall’infanzia, ha interiorizzato l’idea di dover conquistare l’affetto può arrivare a tollerare il controllo, la svalutazione o perfino la violenza pur di non perdere il legame”.

Prosegue la Balbo: “La buona notizia è che questi schemi non sono immutabili. La psicoterapia permette di comprenderne le radici e di trasformarli. In particolare, l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) aiuta a rielaborare le esperienze che hanno dato origine a questi modelli relazionali. Quando le memorie dolorose perdono la loro intensità emotiva, cambia anche il modo di percepire se stessi e gli altri: chi tende a controllare può costruire relazioni più rispettose e sicure; chi subisce il controllo può rafforzare il proprio senso di valore e riconoscere più facilmente relazioni sane”

Conclude la Balbo: “La psicoterapia non si limita ad alleviare la sofferenza individuale: contribuisce anche a trasformare quei modelli culturali che continuano ad alimentare relazioni fondate sul possesso anziché sul rispetto. Ogni persona che interrompe questi schemi spezza una catena invisibile che rischia di ripetersi nel tempo. E quando cambiano tante storie individuali, cambia anche la cultura di una società”.

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