Il club degli struzzi o del fascismo degli antifascisti

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Che cosa esprime la variegata umanità che nei bus e sui treni, inchioda uno sguardo intorpidito e monopolizzato sul proprio cellulare? Esprime a mio parere il duplice rovescio di una stessa medaglia: rifugio in se stessi e presa di distanza nei confronti della realtà esterna, di una sia pur minima possibilità di interrelazione con l'”altro” in carne ed ossa.
Ma più in generale, da tempo assistiamo a un trend di ripiego in se stessi e di rifiuto del confronto, da parte di quello che definisco come ” Club degli struzzi”.
Ciò accade nell’ambito delle nostre relazioni, dove non di rado le personalità più forti subiscono una sorta di apartheid, da parte di persone complessate, che scelgono di isolare l’interlocutore, sottraendosi ad ogni dialettica, vissuta come auto- esposizione rischiosa e dunque possibilmente evitabile.
Ma è tutto il circolo comunicativo che appare sotto il segno del rigetto dell’apertura e della profondità: si pensi ad esempio ai messaggini whats app, talvolta vissuti come il miglior surrogato di una vera e propria telefonata, considerata in alcuni casi impegnativa ed eccessivamente ” sbilanciata” verso il destinatario.
E’ diffusa inoltre l’idea che la ragione sia tutta da una parte e che quindi la demonizzazione e non il confronto, rappresenti lo strumento più efficace per mettere alle corde l’avversario.
Questo fenomeno è particolarmente evidente nel dibattito politico, laddove alcuni talk show e frange radicali si focalizzano solo sulla stigmatizzazione e denigrazione del proprio nemico ideologico. Intendo riferirmi, parafrasando Pasolini, al cosìddetto “Fascismo degli anti- fascisti”. Ne è incarnazione ad esempio la tendenza ad impedire di parlare a personaggi certo discutibilissimi, ma proprio per questo suscettibili di confutazione e non di censura. Perché, per quanto antidemocratici e razzisti questi ultimi possano risultare, occorrerebbe, a mio parere, combatterli con le armi della dialettica e delle argomentazioni, proponendo visioni alternative della società, non certo facendo il gioco di chi fa del vittimismo un marchio distintivo del proprio agire politico.

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